Lo spazio, la materia, l’energia
tratto da "La storia di Giovanni e Margherita"(download)

L’entità individuale minima. La composizione della realtà. Ogni entità individuale è composta da un numero infinito di entità individuali e contesti di entità individuali minori ed è nello stesso tempo parte di un numero infinito di entità individuali e contesti di entità individuali maggiori tutti in movimento organizzato in ogni loro parte. Ogni entità, sia pure infinitesimale, è dunque un universo di altri individui e contesti di individui, ciascuno dei quali è a sua volta un universo di altre entità e contesti di entità minori all’infinito. Tutto ciò che è dato osservare conferma che la realtà si muove, a qualunque stadio, secondo le stesse pulsioni, le quali non possono che dar luogo, in ogni stadio, alle stesse regole. Viaggiando verso l’infinitamente piccolo le entità tendono sempre più ad apparire simili. Nell’infinitamente piccolo, che è irraggiungibile, ogni entità appare perfettamente identica alle altre. Cioè a dire, viaggiando verso l’infinitamente piccolo le diversità fra le entità sono sempre meno percepibili e sempre meno rilevanti dal punto di vista dello stadio diverso o maggiore in cui ci si trovi. Da un punto di vista oggettivo, invece, ogni entità sarà sempre profondamente diversa dalle altre. Ad esempio, per un uomo che guardi da una grande altezza due squadroni di soldati, essi saranno due entità individuali identiche. 144 Per il loro comandante, o per chiunque li osservasse da vicino, esse saranno invece composte da soldati ognuno profondamente diverso dall’altro. Da una certa grandezza in poi le entità saranno percepibili solo in base al loro movimento. Tale movimento corrisponde a ciò che, nel momento in cui si appalesa in forme riconoscibili, viene qualificato energia. Ad uno stadio superiore, l’energia è ciò che definiamo: forza, intelligenza, pensiero, spirito, vita delle entità minime. Solo i diversi livelli di aggregazione delle entità minime danno luogo alle varie specie di ciò che comunque percepiamo come “materia”. Anche il “vuoto” non è che materia nella quale le entità minime si sono aggregate e si muovono in un certo modo. Il concetto di “vuoto”, che è in realtà un “vuoto” di cose percepibili, ed è dunque un vuoto relativo, è stato invece erroneamente acquisito dall’uomo, in virtù di un processo di introitazione che dura da quando dura il mondo, quale vuoto assoluto. Il concetto di vuoto così introitato ha prodotto un certo tipo di strutturazione delle forme del conoscere della mente umana, oltre che della “mente” di qualunque altra cosa esista. Tale strutturazione rende molto difficile la reale comprensione non tanto del fatto che non esiste il vuoto, ma soprattutto del fatto che non esiste alcun corretto concetto di vuoto, perché non può esistere un concetto che definisca correttamente una cosa inesistente. Questo perché il concetto (forma della conoscenza) dell’impossibilità che esista un corretto concetto di vuoto ha una struttura diversa dalle forme del conoscere che albergano nella nostra mente. Fermo restando che ogni esempio costituisce una schema145 tizzazione, laddove la realtà è molteplice, per cui ogni esempio produce quasi sempre molti più problemi di comprensione dei fenomeni di quanti ne risolva, sono tuttavia obbligato a proporne uno sperando di non stare contribuendo ad allontanare ancora di più la possibilità di comprendere quanto sopra. Ipotizziamo cento lastre di metallo quadrate di lato un chilometro e di spessore un millimetro. Ebbene, se le disponessimo parallelamente le une alle altre alla distanza di alcuni metri l’una dall’altra, e perpendicolarmente al piano della terra e del sole a mezzogiorno, un osservatore che guardasse in quella direzione, non vedrebbe altro che il cielo. Se invece le componessimo in una unica lastra e la disponessimo parallelamente al piano della terra ne deriverebbe uno spettacolo che turberebbe il nostro osservatore. Se poi le componessimo in altre maniere darebbero luogo ad un numero infinito di forme diverse. E fin qui siamo sul piano dei concetti compatibili con la materia di cui sono fatte le forme della conoscenza della nostra mente. Quello che invece richiede uno sforzo è la comprensione del fatto che tutto ciò è vero anche per la porzione di realtà che si trova fra le lastre, e che, in virtù della qualità delle “misurazioni” che i nostri organi del senso ci consentono, percepiamo come “spazio”. Quello “spazio vuoto” infatti, non appena per un qualche motivo la qualità e quantità del movimento delle entità minime che lo compongono dovesse cambiare, non potrebbe che immediatamente mutare in tutt’altre cose. Si osservi in fondo che quello “spazio vuoto” muta per esempio continuamente di “colore” in base alle tipologie di “luce” da cui è attraversato, e questi mutamenti sono appunto quei 146 mutamenti di forma causati dal mutamento del livello aggregativo delle entità di cui stiamo parlando. Se poi questo mutamento di movimento fosse di tipo diverso avremmo una diversa qualità di aggregazione delle entità minime, e quello “spazio” diventerebbe chissà cosa. Nel momento del così detto big bang “iniziale” avvenne appunto questo: la materia, che attraverso la lotta continua fra le entità minime aveva raggiunto il massimo della sua distribuzione equilibrata, divenendo tanto “sottile” da essere percepibile (per quelle che sono le modalità della nostra percezione) solo in virtù del suo movimento / energia, “esplose”, ovvero si ruppero gli equilibri che, attraverso chissà quale arco temporale di scontri, avevano costretto le entità ad assumere una posizione paritetica, ed esse si riaggregarono in individui specializzati funzionali alle pulsioni fondamentali, e cioè nelle varie specie di spazio e materia per come noi li percepiamo. Poiché poi l’omogeneità è l’ultimo stadio del processo di organizzazione della società infinita delle entità, e rappresenta dunque lo stadio della massima intelligenza, le loro aggregazioni furono da subito sublimi. Per cercare di comprendere i livelli di questa intelligenza basti pensare che l’intelligenza di ognuno di noi e di tutti noi complessivamente non è che una particella infinitesimale dell’intelligenza complessiva che via via si riversa nel processo di omogeneizzazione. Al culmine di questo processo, pertanto, ogni singola entità - costretta fino a quel momento nello schema sociale dalle altre entità - “saprà” benissimo dove, come e con chi “vuole” aggregarsi, e come fare per riuscirci, e creare, riuscendoci, l’inenarrabile varietà delle entità individuali specializzate. È questo che spiega perché dal sasso alla mente umana ogni aggregato specializzato di entità individuali è straordinariamente evoluto. 147 L’uomo, se riesce a liberare la mente dalle pseudo culture che ha introitato per una miriade di motivi diversi durante il suo cammino esistenziale, non ha difficoltà a comprendere la fisica perché la materia di cui è fatto è da sempre interna a questo processo, anzi, sarebbe meglio dire: “è” da sempre questo processo. È incongrua l’affermazione che nel campo della microfisica o della macrofisica valgano regole diverse da quelle che vigono in ogni processo constatabile.