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N.158, edizione 26.08.08

Ennesimo tentativo ministeriale di risolvere il “problema Marra”
questa volta cercando di ottenere, per una questione da 271,71 euro, un’illegittima sospensione “cautelare” dall’Ordine degli Avvocati di Roma.

 

E’ stato erroneamente chiesto e concesso, dal PM Elisabetta Ceniccola e dal GUP Muntoni, il mio rinvio a giudizio per una presunta falsa attestazione di autenticità di firma al mandato, per così indurre la giustizia in errore, in relazione ad un ricorso del 4.7.01 alla Corte d’Appello di Roma per equo indennizzo della durata eccessiva di una causa presupposta, anche a nome, fra tre eredi, del sig. Procolo C., morto in precedenza.
Accuse infondate già a prima vista, che mi sarei limitato a contestare in sede penale, ma alle quali vengo costretto a rispondere pubblicamente perché gli attuali PM Salvatore Vitello e M. Francesca Loy hanno chiesto all’Ordine degli Avvocati di avviare procedimento disciplinare e di parteciparvi, e non vi si può ravvisare altro intento che cercare di ottenere la mia sospensione “cautelare”.
Poiché cioè la palese infondatezza dell’accusa rende troppo improbabile una sentenza di condanna, il ministero cerca di eludere la pregiudizialità penale (conseguente alla coincidenza della condotta da accertare nei due procedimenti), sperando di strappare in sede disciplinare una sospensione che avrebbe subito il desiderato effetto di eliminarmi professionalmente.
Un metodo che evidenzia anche la gravità, nel mentre si propugna con tanto ardore l’obbligatorietà dell’azione penale, di lasciare all’estro del PM la ben più lesiva promozione e partecipazione all’azione disciplinare, consentendogli, nei rari casi in cui inspiegatamente lo fa, rispetto ai moltissimi in cui non lo fa, di poter influire - pesantemente, è ovvio - sull’orientamento del Consiglio.
PM, GUP, Avvocatura e Ministero, ai quali devo innanzitutto dire, per uniformare i linguaggi, che non è un mero principio morale, ma un obbligatorio principio giuridico quello di interpretare il diritto a fini positivi, e non come una subdola lama per infliggere stilettate nei fianchi altrui.
Così concependolo, prima ancora di venire alle possibili spiegazioni del fatto, già l’atto che ha causato l’accusa ne prova l’infondatezza, perché il reato di falsa attestazione (che come vedremo è prescritto), e quello conseguente di induzione in errore, avrebbero richiesto il sia pur generico dolo, indispensabile anche nel reato formale, e qui consistente nella mera consapevolezza della morte. Ferma restando la necessaria strumentalità del falso ad un fine: quel volere indurre in errore che qui, come vedremo, non può esserci.
Per cominciare è infatti escluso che possa mai essere stato consapevole di autenticare la firma di un morto, perché fui proprio io a poi comunicare la morte di Procolo C. al Ministero della Giustizia con mia nota ed allegati certificato di morte, stato di famiglia, e dichiarazione successoria, chiedendo la riemissione del mandato di pagamento a nome degli eredi perché potessero incassare presso la Banca d’Italia i 271,71 euro liquidati al padre per la sua quota.
Un tipo di dolo che non richiede una sua ratio specifica, ma va escluso da un punto di vista logico e probatorio, non per mera mancanza di fini, ratio o interessi, bensì per la presenza di fini, ratio ed interessi contrari.
Il mio studio è cioè chiuso per le ferie, io sono fuori con la mia famiglia e, dopo tre venute a Napoli, data l’assenza del personale, non ho trovato tutte le carte, e devo accertare se, come credo, non c’è poi stato il pagamento agli eredi.
E’ però certo che, avendo proprio io evidenziato la premorienza al mandato, proprio io ho indicato al Ministero l’ostacolo da frapporre per non far cogliere ai miei clienti il “frutto” dell’insensato “reato”, dannoso per loro e per me, visto che i 271,71 euro proprio a loro sarebbero dovuti, e dovranno infine andare.
Complicati argomenti ai quali vengo costretto dalla vergognosa, pelosissima pretestuosità ministeriale, ma che, in una visione meno capziosa della giustizia, servono solo a dire, come ogni cittadino intellettualmente onesto capisce senza tanti giri di parole, che, potendo conseguire solo danni da un simile presunto reato, è ovvio che si tratta di un errore.
Né il dolo può celarsi nell’intento di non rinunziare alla causa e agli onorari che avrebbe fruttato, essendo Procolo C. solo uno dei 3 attori, un altro dei quali agiva per sé e da tutore di altri 2, sicché non occorreva agire anche per lui; né avrebbe incrementato le spese, che le Corti d’Appello liquidano in ammontare sommario.
Faccio anzi notare ai burocrati che senza sapere dove stiano di casa la deontologia e la correttezza vorrebbero insegnarle, che le difficoltà e i problemi che derivano, anche in conseguenza dello stile ministeriale, dall’agire collettivamente per gli eredi (questa vicenda è un buon esempio), avrebbero giustificato e giustificherebbero in generale il proporre un ricorso per ogni erede, oltretutto con un forte incremento del contenzioso, perché le cause presupposte sono spesso previdenziali, ed i morti numerosi, date anche le lungaggini.
Una situazione dalla quale bisognerebbe desumere che avrei commesso il reato solo per espormi ai rigori della legge: forma di masochismo da cui prego i miei accusatori di credere che non sono affetto, godendo come ogni altra persona normale per tutt’altro che le persecuzioni che subisco da 15 anni.
Questione, questa tirata in ballo, che, con la sua modesta entità, la sua unicità e la sua infondatezza, dimostra il contrario di quanto si vorrebbe, visto che lo straordinario zelo contro di me non è bastato a trovare altro, pur avendo costoro in mano, quali convenuti, tutte le carte delle mie cause, e pur usando la tecnica di adoperarsi per descrivere come reato ogni minimo errore, nonostante loro ne commettano più di tutti.
Benché, per la verità, vi sia in atti anche dell’altro.., è cioè un “appunto”, si pensi un po’, anonimo, con il quale si forniscono argomenti per corroborare un’ulteriore nota a firma impersonale del “direttore dell’ufficio”, entrambi senza data e senza protocollo, ma in compenso su carta intestata del “Dipartimento per gli Affari Giuridici e Legislativi” (povera Italia), nei quali, ad un livello di formalizzazione da merende tra amiconi, e in uno stile corrispondente, mi si fanno anche alcune altre non circostanziate accuse a cui risponderò non appena saranno state precisate, agendo però questa volta per i danni personalmente contro gli impiegati pubblici responsabili.
Né potrebbe negarsi che, blandente o minatorio, il fervore ministeriale rischia di influenzare chicchessia.
Riguardosamente e senza certo alcuna voglia di celiare, ogni persona seria mi comprenderà se dico che, ricevendo la nota del Consiglio il 12.8.08, con data del 7.8, “affinché possa far pervenire le sue deduzioni entro 20 giorni da oggi” (entro il 27.8?), la prima cosa che mi è affiorata in mente è stata che, senza qualche fatto cogente, i garbati colleghi romani non avrebbero trascurato il diritto al riposo estivo mio e di coloro che, a partire dall’amico Avv. Saverio Campana, ho dovuto importunare in spiaggia per pareri e carte.
Né credo taluno possa tacciarmi di egocentrismo o maniacalità se mi sento pervaso dal timore che potenti ambiti ministeriali deviati, deliranti di odio contro le mie cause, stiano premendo per travolgere la predetta pregiudiziale penale ed usare questo ameno processo in una sede caratterizzata da meno garanzie di quella giudiziaria per colpire i miei clienti ex legge Pinto, la mia attività, quella dei 20 avvocati e 40 impiegati del mio studio, e raffreddare gli avvocati italiani, i quali, se non hanno iniziato, dopo 7 anni, le cause ex legge Pinto, è perché temono di farle, avendo, specie i grandi studi, le stanze piene di cause durate troppo.
Né penso parrebbe a taluno un’allucinazione se sullo sfondo, dietro i blateratorii lai del coro accusatorio, di nuovo vedessi, come dal doc. n. 12, del 95 (www.marra.it), il vecchio “mostro degli apparati e delle burocrazie ogni cui cellula è un uomo o una donna in carne ed ossa punto nel vivo dei suoi interessi di fondo”, e di nuovo mi colpisse “l’urto del fetore del suo malessere” per la paura che la crescita di questo fondamentale fenomeno giudiziario causi l’invocata ma non desiderata accelerazione della giustizia.
Discorsi, amici buoni magistrati e buoni avvocati di tutta Italia, che spero condividiate, affinché, se proprio dovessi subire questa anomala sospensione e i disagi del riaffidare le cause a qualche collega, ciò torni a vantaggio di “FermiamoLeBanche” alle europee e alle tornate elettorali tutte alle quali, anche se mi uccideranno, altri lo candideranno.
A parte che una sospensione “cautelare” sine die, vista la durata dei processi, sarebbe l’occasione buona per creare una srl di servizi professionali dalla a alla z, compresa la pubblicità per la ricerca delle controversie e la loro impostazione, da offrire in percentuale sugli onorari ad avvocati di tutta Italia per moltiplicare così il numero delle cause rivolte a velocizzare la giustizia e sconfiggere il signoraggio, l’usura e l’evasione fiscale delle banche che, sotto gli occhi anche di questi PM, evadono le tasse per una cifra maggiore sia delle tasse pagate che di quelle evase dal resto della società.
Un sommovimento di animi scatenato dal sentore del mostro che forse spiega gli errori, fra i quali anche la “svista” di accusarmi del reato di cui al 479 cp anziché 481 cp.
Già, perché è vero che il 479 non è ancora prescritto, ma riguarda la falsità ideologica del pubblico ufficiale in atti pubblici, mentre io potrei solo, ex 481 (che mi spiace se è prescritto), aver commesso la falsità ideologica della persona esercente un servizio di pubblica necessità.
“Svista” che non rimedia nemmeno contortamente all’inconfigurabilità del dolo nell’altra stramba accusa di induzione al però inutile errore.
Fermo restando, lo ribadisco, che la cosa più grave è mirare alla sospensione scavalcando la pregiudizialità penale pur in presenza della coincidenza dei fatti da accertare.
E’ infatti grave mirare a far sospendere un professionista senza previo accertamento nella competente sede penale dell’esistenza, o dell’esistenza nella forma descritta, dei fatti, del se sia stato lui o altri a causarli o commetterli, del dolo ecc.
Dimostrata cioè che fosse l’esistenza del fatto nella forma rappresentata, potrei ben essere stato io indotto in errore da un parente del defunto, che potrebbe aver firmato per lui usando la sua carta di identità, così come tutto potrebbe essere avvenuto a mia insaputa ad opera di questo o quell’avvocato del mio studio, o che l’autentica della firma non sia mia ma dell’altro avvocato costituito nel ricorso ecc. E non basta.
Bisogna anche capire se il ministero ed i PM pensano sia vietato avere studi legali meccanizzati.
Perché se non è vietato posso allora spiegare che io non lavoro le pratiche né stampo i ricorsi o li correggo, bensì redigo i ricorsi base, che vengono poi meccanizzati introducendovi variabili a centinaia, ed organizzo le lavorazioni ed i controlli ad opera degli avvocati, programmatori ed impiegati, sicché ne ho la responsabilità civile, ma solo in caso di dolo quella penale.
Lavorazioni meccanizzate che generano errori singolari, favoriti anche dal tripudio di carte frutto delle disfunzioni, lungaggini ecc.
Fra 1.000 atti di un ipotetico studio potrebbe ad esempio accadere che rimanga per errore nel fascicolo un foglio firmato a suo tempo per la causa presupposta dal poi defunto Caio insieme agli stessi altri eredi, Tizio e Sempronio, che stiano agendo ex legge Pinto, e la segretaria, prima non abbia messo per Caio la spunta sul campo “deceduto”, e poi, davanti agli occhi di Tizio e Sempronio, nonché Tito e Livio, eredi di Caio, abbia stampato quella volta, come presso moltissimi avvocati, il ricorso sul foglio firmato, usando però quello vecchio invece di quello firmato un minuto prima, e che ognuno abbia poi preso la sua copia dell’atto senza badarci.
Caso in cui la macchina non potrebbe che avere escluso (data la spunta) gli eredi, e stampato ricorso e mandato tal quale Caio fosse vivo.
E’ insomma comune negli studi, specie di una certa dimensione, che il titolare non carichi né sappia caricare negli archivi elettronici i dati che andranno in fusione con gli atti stampati, né li stampi o segua tutti i dettagli operativi.
Per cui potrebbe essere responsabile doloso di reati come questo solo se desse disposizioni di compierli.
Cosa che io avrei dovuto fare non so perché in questa causa, avendo presentato in 35 anni un numero di ricorsi tale che i giudici di Napoli, Roma e Cassazione verificano ogni mattina la congruità di simili sospetti.
Accuse assurde, temerarie, come dimostrerebbero, dopo l’assoluzione penale, la cause, eventualmente anche a Strasburgo, di risarcimento dei danni ingenti che dovrei proporre non so ora se contro i PM, l’Ordine, i Consiglieri, i funzionari o chi.
Risarcimenti che sarebbero forse il solo modo di farlo fruttare infine qualcosa questo studio, perché siccome so che il tarlo dei soldi che si crede io guadagni è una delle leve potenti del desiderio di annientarmi, rendo noto che i soldi che incasso neanche li vedo, essendo in una situazione economica eternamente greve, perché nelle cause collettive contro la PA si fa un uso così illecito e furbesco delle disfunzioni, delle lungaggini, degli orientamenti, del Parlamento, delle persecuzioni, degli ostacoli, dei balzelli e delle tasse, da essere una speranza eternamente frustrata che una struttura pesante e costosa come la mia vada bene economicamente, e vanno meglio gli avvocati che, lavorando con qualche collaboratore, fanno buone cause.
Con le cause ex legge Pinto, ad esempio, è dal 2001 che, in attesa di incassi futuri, che se arriveranno non basteranno, perché una causa più dura e più costa, anticipo non so più come soldi che non ho ma sono indispensabili per portare avanti un simile studio e simili cause, peraltro “esenti”, ma che ci fanno pagare per aggiungere un altro ostacolo.
Sicché, se mi caccerete, cari colleghi romani, forse, ripensandoci, finisce che non inizio nemmeno la predetta attività di servizi professionali dalla a alla z, ma do una pedata alla visione politica e pubblica che ho della mia vita, mi metto un po’ a pensare ai cavoli miei, e mi do di nuovo, come nel 1980, a quel gran divertimento che fu allora l’importazione di pesce da tutto il mondo che, l’avessi proseguita, bravo come sono, sarei diventato un commerciante planetario ricchissimo e pieno di bellissimi vizi, e vi manderò poi un vasetto di caviale ciascuno, ed uno anche ai PM, al GUP, agli avvocati dell’Avvocatura ed ai dottori del Ministero per ringraziarvi di avermi tirato fuori da questo covo di vipere nel quale, pur sapendo che quanto ai soldi conviene far altro, ho trascorso la vita solo perché le cause, come spesso dico, sono funzionali al mio irrinunziabile obiettivo di cambiare il mondo, giacché ora si sta aprendo la via della politica, ma finora non ne ho avuto altri di modi per portare avanti la mia rivoluzione senza sangue, senza morti e senza sconfitti. Anche se alla fine qualche testa forse la vorrò, perché quello che mi si sta facendo da troppo tempo non è da persone per bene o che meritino i ruoli che occupano.
Danni che è ora il ministero a chiedermi in 1.000.000 di euro perché lo avrei disonorato, trascurando quanto lo disonori che non c’è santo di fargli pagare le sentenze.
A parte poi le tante altre possibili considerazioni. Si osservi ad esempio, a riprova dell’umana approssimatività, che neanche uno degli zelanti che qui si strappano costernati vesti e capelli muove un dito per far cessare la sistematica falsità ideologica delle autentiche notarili.
Il notaio infatti non identifica in base ai documenti, ma compie un atto pubblico fidefacente basato, falsamente, sulla formula “è comparso dinanzi a me Tizio della cui identità personale io notaio sono certo”: una certezza vera solo ai tempi dei notai con il “manto a ruota” per i fatti dei piccoli contesti di cui avevano personale conoscenza.
Come invece illustratomi a suo tempo anche da Saverio Campana, che mi ha assistito vittoriosamente nelle ininterrotte persecuzioni giudiziarie, il “tal’è” dell’avvocato è un caso di autentica minore, e non ha rilievo penale né che il foglio sia stato firmato in bianco, né che sia stato utilizzato successivamente.
Salvo, è chiaro, che non manca mai modo di escogitare tesi contrarie, che però in tempi di firme elettroniche e indispensabili semplificazioni (la Corte Europea accetta da decenni i ricorsi via fax) sanzionerebbero comportamenti alieni nella sostanza da illiceità o scorrettezze.
Perché se fosse costruendo più gabbie formalistiche di quante occorrano che si tutelano i diritti, l’Italia sarebbe un paradiso, e i burocrati e i PM che gli reggono la coda siederebbero nella gerarchia degli angeli nel ruolo supremo di serafini.
Ricorsi ex legge Pinto, amici magistrati, che dopo le incertezze dei primi anni, la Cassazione e le Corti d’Appelllo accolgono ora sistematicamente, di certo consce dell’indispensabilità delle condanne quale vero pungolo, fra tante chiacchiere, per velocizzare la giustizia.
Ed ecco allora che, avendo io forse un minimo ruolo in tutto ciò, l’abominevole mostro si è sollevato dal letamaio e cerca di avvicinarmi per soffocarmi con i suoi miasmi.
Si è svegliato perché come sappiamo la lentezza della giustizia è una mistificazione, volendoci poco, tra i milioni di pubblici impiegati, per potenziare i ranghi giudiziari e le cancellerie, e soprattutto realizzare una facilissima meccanizzazione che risolverebbe la stragrande maggioranza dei problemi.
Un regime però si misura dalla quantità e qualità di giustizia che può permettersi, e questo se ne può permettere così poca che anche solo un pizzico in più ne causerebbe il superamento, sicché la rende anoressica per garantirsi le lentezze che di volta in volta imputa a voi magistrati, noi avvocati, ai cancellieri ecc.
Apparati che - per chiarire meglio quanto sia deliberato tutto ciò - profittando della non molta scienza degli attuali parlamentari, si sono ora fatti approvare ben due norme relative a cause che fa quasi solo il mio studio, con la prima delle quali, invece di velocizzare la cause dinanzi ai TAR, si è abbassato il termine per la perenzione da 10 a 5 anni, e si è istituita per esse la proponibilità dei ricorsi ex legge Pinto solo se vi sia stata istanza di prelievo, considerata irrilevante sia dall’obbligatoria giurisprudenza internazionale, che dalla nazionale. E con la seconda delle quali hanno reso impignorabili i fondi speciali che pignoro io.
Norma ad personam ragionevole solo in apparenza, perché la Banca d’Italia di Napoli non pignorava i fondi speciali importanti, ma quelli tipo i fondi (360 milioni di euro) destinati all’..urgente ricostruzione degli immobili distrutti dal terremoto del 1980; destinati ad alimentare chissà che e chi.
Né è del tutto vero che io sia sempre stato assolto, perché, anche se dovrà ora essere riformata in appello, ho subito dal giudice Tea Verderosa, di Salerno, una condanna ad un anno e sei mesi per calunnia in danno di tre PM napoletani, oltre a tre condanne civili in due gradi a pagare loro 500 milioni di lire, che dovranno restituirmi, per averli calunniati e diffamati accusandoli, a loro dire, di ricercare a tavolino mie solo eventuali responsabilità, come dal documento n. 31, ora trasmesso dalla Corte di Giustizia del Lussemburgo alle istituzioni dei 27 paesi d’Europa, e recante una teoria di aggettivi sostantivati scurrili, sempre a loro dire, a loro riferiti.
Giudizi civili nei quali la Cassazione ha trasmesso gli atti alla Corte di Giustizia per sapere se deve o no il giudice chiedere l’autorizzazione a procedere al Parlamento europeo anche quando il deputato non ne ha chiesto l’intervento e/o il Parlamento non è intervenuto.
Quesito di fronte al quale, dinanzi alla Corte lussemburghese, lo stupefatto rappresentante del Parlamento europeo, dato atto che la normativa sull’immunità si era peraltro sviluppata e si sarebbe ulteriormente sviluppata proprio in base alle mie tesi, ha chiarito che il quesito della Cassazione è superato dal fatto che invece io ho chiesto l’intervento del Parlamento, ed il Parlamento è intervenuto votando una deliberazione che - pensate che gentiluomini - è stata occultata, e nella quale si legge che la giustizia italiana doveva sospendere il giudizio fino alla decisione definitiva del Parlamento, perché, già “prima facie”, le mie parole costituivano politica, sicché, accertata l’inesistenza dei reati, va ora giudicata la liceità dei processi.
A parte che la Cassazione dovrà rimettere gli atti al Parlamento europeo al quale avrò così modo di descrivere cosa sono capaci di farti in Italia le persone per bene, sicché non c’è davvero da stupirsi dell’operato dei criminali.
Senza contare la ferocia contro i rei di scrivere cose che può persino darsi emerga infine siano di qualche rilevanza scientifica, giuridica, sociologica, storica ecc.
Un occultamento contro il quale, appena sarà stata depositata la sentenza della Corte di Giustizia, che su questo punto nulla può variare, presenterò denunzia a Bruxelles, Strasburgo, Roma, Napoli e Salerno per sapere come, chi e perché l’abbia voluto e realizzato.
Una situazione che mi consentirà, caso unico, di promuove cause per danni, ai quali poi rinunzierò, contro circa 50 magistrati tra civili e penali, perché non agisco come altri per vendetta e per avidità, ma per cercare di far pronunziare l’incostituzionalità della norma sulla responsabilità civile dei magistrati laddove li sottrae di fatto alle azioni per danni, poiché dispone possano seguire solo alla loro invero ardua condanna penale.
Un regime che li diversifica anticostituzionalmente dai “comuni” pubblici impiegati, che si possono citare personalmente in giudizio per danni senza alcuna preventiva condanna penale.
Azioni, amici magistrati, che auspico non contrasterete, perché, a causa di quella norma, pochi tra voi finiscono per dare un’ immagine distorta dell’intera magistratura.
Alfonso Luigi Marra