Nell’agosto del 1985, in una fase in cui, per avere pubblicato
la “Lettera di dimissioni di un avvocato della CGIL dal PCI e
dal sindacato”, la “Lettera a Reagan”, ma soprattutto “La storia
di Giovanni e Margherita”, subivo il livello di recriminazione
più articolato, complesso e subdolo che si possa immaginare,
la mia ex moglie, residente a Napoli fin dal 1969, e che
pure a Napoli avevo sposata nel 1973, anziché recarsi come
convenuto all’isola d’Elba per un periodo di vacanze, pensò
bene, in seguito alla nostra separazione, di sfruttare quell’ostilità
per darmi un buon colpo fuggendo in Australia, suo
paese d’origine, portando con sé i nostri due figli, Giulio ed
Attilio, rispettivamente di tre e cinque anni e mezzo, entrambi
nati e cresciuti a Napoli.
Giunta in Australia, nel mentre mi adoperavo per capire, reagire,
porre rimedio, presentava un ricorso all’autorità
giudiziaria.
In quel ricorso di 33 righe, premesse le generalità, premesso
che c’eravamo separati e che lei si “trovava” ora in Australia,
omessa sul presupposto palese della più ampia “disponibilità”
di tutti ogni spiegazione in merito alla fuga ed al
rapimento, chiedeva l’affidamento esclusivo dei bambini.
Quale unica motivazione per una tale richiesta scriveva testualmente:
“Ho paura che mio marito ottenga in Italia un provvedimento
giudiziario e che possa metterlo in esecuzione venendo in
Australia e riportando i bambini in Italia con sé”.
Una paura dei provvedimenti della magistratura italiana che
bastò da sola ad indurre il giudice, senza neanche disporre
che l’atto mi venisse notificato, ad accogliere la domanda.
A cose fatte, mediante copia di un “Order” molto più simile
ad un certificato comunale che ad un atto giudiziario, fui informato
di essere stato delegittimato quale padre.
Da quel momento non ebbi più il diritto di intervenire in alcun
modo nell’educazione dei miei figli né di fare loro una semplice
visita o telefonata, salvo, è chiaro, il consenso della
madre, unica affidataria.
Benché la prima parte della “procedura” non desse certo adito
alla speranza, non demorsi: dopo una via crucis durata quasi
un anno per la difficoltà di agire in un posto tanto lontano,
e durante il quale non seppi mai dove si trovasse, riuscii a
comparire, a suon di milioni, dinanzi al tribunale della famiglia
di Melbourne dove, per ben tre giorni, si svolse la causa
più ipocritamente compita ed inutile della mia vita di avvocato.
L’esito di quel giudizio era già segnato: i tre giorni trascorsero
non, come in un primo momento avevo creduto, alla
ricerca di tutti gli elementi utili per giungere ad una decisione
ben ponderata, ma alla ricerca meticolosa di un qualsiasi
elemento atto a dare un minimo di fondamento alla decisione,
assunta a priori, di resistermi in ogni modo e con tutte le
forze, stante la mia qualità di “eversivo” in quanto portatore
di un sapere antitetico alle logiche del sistema, oltre che di
straniero, “per di più” italiano.
Fu allora che, nel tornare in Italia in preda ai sentimenti che
lascio immaginare, mi resi conto che ancora una volta non si
trattava di convincere, ma di vincere, e scrissi così un atto di
appello che preceduto da una serie di brani tratti dai miei
libri: i veri imputati di quel “processo” inviai per posta a tutti
gli avvocati, i magistrati e i parlamentari australiani, con il
titolo di “Lettera di un avvocato italiano agli intellettuali australiani”.
Il prodotto di questa impostazione fu un documento scritto,
appunto, non per convincere qualcuno della fondatezza delle
mie richieste, invero ovvia, ma con l’obiettivo di bruciare a
priori gli argomenti che prevedevo sarebbero stati utilizzati
per rigettarle.
Il risultato fu che la corte, pur alle strette, si limitò a pronunciare
una sentenza che, per quello che valevano gli argomenti
in essa svolti, rappresentava un puro gesto di autorità
e l’equivalente di un semplice no.
Pubblicai allora l’Atto d’appello anche in italiano e lo inviai ai
nostri parlamentari, contando che taluno si ribellasse allo
spettacolo ignominioso della mia solitudine di fronte ad un
avversario tanto più grande ed organizzato, e mi sostenesse
nell’affermazione delle ragioni dei miei figli e mie, che erano
di fatto anche le ragioni della civiltà e della corretta interrelazione
fra Stati.
Ciò che ottenni fu che vari parlamentari italiani di quasi tutti i
partiti presentarono in mio favore interrogazioni, che non produssero
però nessun effetto, ed alle quali non seguì alcun’altra
iniziativa.
Capii allora che, se quello che mi accadeva era il risultato
degli errori e della profonda degenerazione della cultura occidentale
nel mondo, non avrei mai vinto quella causa se
prima non fossi riuscito a modificarla. Che era poi la cosa
che appunto, attraverso i miei libri, cercavo in tutti i modi di
fare, e della quale, da qui agli antipodi, con quel rapimento
mi si voleva punire.
E fu così che il mio ricorso alla corte suprema dello Stato del
Victoria divenne una storia della cultura dalle origini ai giorni
nostri.
Una cultura che è l’ultima cosa al mondo alla quale si pensi
veramente di dover dedicare un serio sforzo di bonifica nonostante,
in occidente, abbia prodotto le più grandi contraddizioni,
nel “non occidente”, al quale dedico quest’opera, non
sia riuscita a garantire nemmeno la possibilità di un’esistenza
libera e dignitosa, ed in generale stia rendendo il pianeta
sempre più difficile da abitare per l’uomo.
Napoli 6.2.1988
ALM